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Marina Silva: Avatar e la sindrome dell’invasore

Posted by fracardi on March 7, 2010

[This post is the italian translation of a post of Marina Silva on the movie Avatar. Marina Silva is candidate to the Brazilian Presidency in the next elections of October 2010]

C’é stato un momento, vedendo Avatar, in cui mi sono ritrovata a stendere la mano in avanti per toccare una goccia d’acqua su una foglia, così bella e fresca, nello stesso modo in cui facevo quando camminavo nella foresta in cui sono cresciuta nello stato dell’Acre.

Ricordi

La guerriera na’vi che beve acqua dalla foglia allo stesso modo in cui noi bevevamo. Nel periodo secco, quando gli igarapés quasi spariscono, la liana di ambé ci forniva l’acqua. Questa liana é un insieme di piante che cade dall’alto degli alberi, da quasi 35 metri, e che si indurisce al passare del tempo. Ma le liane più giovani, quasi tenere, possono essere tagliate con facilità. Poi, posizionavamo un recipiente sotto la liana per raccogliere le gocce e, quando ritornavamo dalla raccolta del lattice di caucciù, il recipiente era pieno. Era una acqua pura, cristallina, che mio padre chiamava “acqua di liana”. E imparavamo anche che se ci fossimo persi nella foresta, era importante cercare liane di ambé, per garantire la sopravvivenza.

Mi ha colpito molto vedere la guerriera na’vi mentre insegna i segreti della foresta. Mi sono ricordata di camminate nella foresta con mio padre e le mie sorelle. Lui faceva il gioco di chi sapeva più nomi di alberi. Chi vinceva il gioco era dispensato, quando si arrivava in casa, dal dover tagliare legna per fare il fuoco e affumicare il lattice che avevamo raccolto. La disputa era grande e così accumulavamo sempre più intimità con la foresta, le sue ricchezze e i suoi rischi.

Imparavamo a riconoscere animali, piante, liane, odori. Raccoglievamo i fiori del maracujà selvatico per bere il nettare, aprendo con attenzione la parte centrale del fiore, dove si trovava una goccia di miele così dolce che a volte ci intontiva, come eravamo soliti affermare.

É incredibile rivedere, mischiata alla grandezza tecnologica e plastica di Avatar, la nostra stessa vita, ugualmente grandiosa nella sua semplicità, sofferta e densa, piena di rischi, ma insostituibile per bellezza e forza. Eravamo molto poveri, ma non si soffriva la fame, la foresta ci alimentava: l’acqua correva nell’igarapé; castagne, abiu, bacuri, breu, il frutto della copaiba, pama, taperebá, jatobá, jutai, tutto era disponibile per essere raccolto. Le resine ci servivano come medicine, la buccia del jatobá per fare tè contro l’anemia. Le foglie di sororoca ci servivano per cuocere il pesce e anche per conservare il sale. Dal momento che il sale di scioglieva con l’umidità, era necessario prenderlo dal sacco e avvolgerlo in una foglia di sororoca molto grande, che normalmente nasce nella regione prossima al fiume, inondata dalle acque. Poi si legava la foglia con imbira e la si lasciava appesa nella parte alta del camino affinché il calore mantenesse il sale in buone condizioni. Con mio padre e con mio zio ho anche imparato a identificare le foglie velenose che possono uccidere solo per il fatto di usarle per fare coni per bere acqua nella foresta.

Finzione e realtà

Il film e stata una camminata interiore per tutti questi ricordi. Ho pianto diverse volte; uno dei momenti più forti e stato quando abbattevamo il grande albero. Era l’abbattimento di un mondo, con tutto quello che quel mondo significava. E mentre cade quel mondo, cade anche la fiducia tra diversi, quando il personaggio principale si confessa un agente infiltrato per scoprire i punti deboli dei na’vi. Poi, la grande bellezza della scena in cui, per essere nuovamente accettato nel gruppo, il protagonista ha il coraggio di fare una cosa fuori dal comune, cavalcando l’uccello che solamente gli avi della tribu avevano cavalcato, in un atto simbolico di assunzione piena della sua nuova identità. Il film mi anche ricordato un altro tipo di insegnamento, all’incontrario, quando andai in città e cominciai a imparare i codici di quel mondo così strano per me. Là sono stata influenzata da persone che mi hanno insegnato tutto, mi hanno spiegato la bellezza e i rischi. E ho anche affrontato, insieme a loro, il male e la violenza della distruzione.

Impossibile non fare il parallelo tra il mondo di Pandora di Avatar e la nostra storia nell’Acre. Soprattutto quando, a partire dagli anni 70 del secolo scorso, zone estese dell’Amazzonia sono stare transformate in imprese agricole, espellendo persone e comunità, bruciando case, uccidendo indigeni e seringueiros. Il travolgente arrivo del “progresso” in Acre ha seguito, in un certo modo, la stessa narrativa del film. La nostra storia, la nostra forma di vivere, le nostre conoscenze, le nostre leggende e i nostri miti, niente di tutto questo aveva valore per chi arrivava con la determinazione di abbattere la foresta , concentrare la proprietà terriera, recintare, creare pascoli e allevare bestiame. Per loro era “lógico” eliminare chi osava contrapporsi. Le catene di persone, la resistenza, la lotta quasi kamikaze per difendere la foresta, usando il proprio corpo come scudi: ho rivissuto tutto questo quando ho assistito a Avatar.

La storia inventata dialoga intimamente con la realtà. Esseri umani, senza conoscenza e sensibilità per la natura, arrivano distruggendo tutto in nome di un risultato immediato, con tutta la virulenza di chi non attribuisce nessun valore a ciò che sta fuori dallo stretto limite del suo interesse immediato. Nel film, siccome il valore in questione é la ricchezza delle risorse minerali, tutto quel ecosistema, tutta la impressionante integrazione tra energia e forme di vita non vale nulla per gli invasori. Peggio, é un impaccio, una situazione sgradevole, da superare.

La sindrome dell’invasore

Ho trovato nello schermo in 3D, nella bellezza plastica, nella creatività, un legame profondo e emozionante con la nostra saga dell’Acre, con Chico Mendes. E ho sentito che, come nel film, di fronte agli invasori che arrivavamo per occupare il nostro spazio, eravamo considerati praticamente alieni, e non umani portatori di diritti e interessi.

É una visione così arrogante, così gelosa dell’esclusività del proprio sapere, che tutto il resto é classificato non importante e, di conseguenza, da non prendere nemmeno in considerazione. É come se questa visione potesse, per un atto di volontà e di comando, annullare la realtà stessa. Come se ciò che esiste nel luogo che si trasforma oggetto di desiderio fosse una anomalia, una escrescenza minore.

Alla fine, questa arroganza viene dall’ignoranza, dalla mancanza di strumenti e di linguaggio per imparare dalla ricchezza della differenza e per estrarre da questa differenza un significato rilevante, portatore di un valore. In un capovolgimento tragico, la differenza é vista come un argomento per soggiogare, per stabilire in maniera autoritaria una auto-definita superiorità. Possiamo chiamare questo fenomeno sindrome dell’invasore, il cui sintomo principale é una convinzione cieca e impazzita, mossa dal delirio del potere politico e economico, di essere il centro del mondo.

Nell’Acre incontrammo molte persone che vedevano i nostri argomenti come sinonimo di credenze, di superstizioni, tipico di persone pigre, che sarebbero “curate” dal supposto progresso di cui loro si consideravano portatori. D’altra parte, arrivarono anche molti forestieri che, cosi come lo studioso di Avatar e il gruppo che lo ha seguito, capirono che il nostro modo di vita e la conservazione della foresta erano una forma di conoscenza che poteva dialogare con quello che esisteva di più avanzato nell’universo della tecnologia, della ricerca universitaria, delle politiche di cambiamento del modello di sviluppo formulate in tutto il mondo. Con loro, scambiammo codici culturali, imparammo e insegnammo.

Avatar ci porta a prendere posizione

Sono rimasta molto impressionata come questo processo sia impregnato nel personaggio principale di Avatar. Si angoscia per non sapere più chi é e solamente recupera la sua integrità e la sua identità reale quando comincia a mettersi nel posto dell’altro e a vedere in un nuova maniera quello che prima gli sembrava così certo e incontestabile. La sua prospettiva cambia quando vede la realtà a partire dagli occhi e dai sentimenti degli altri, facendo che la simbiosi presente in avatar, destinata a operare la assimilazione e a soggiogare i differenti, si trasformasse in un poderoso strumento per aiutarli a resistere alla distruzione.

Si può vedere nel film un filo conduttore banale, una storia di Romeo e Giuletta intergalattica. Non credo che questo sia importante. Se l’argomentazione e la narrativa non sono così densi, la densità é complementata dall’immagine poderosa e avvolgente, dall’aspetto ludico e dalla semplicità dei dialoghi. Se ci fosse una saturazione di dialoghi, di contenuti, credo che il film perderebbe molto. La sua forza é, in un certo modo, nel portarci a essere anche noi avatars e a prendere posizione, non nello stile del Bene contro il Male, ma a favore della bellezza, dell’inventiva, della sopravvivenza delle logiche della vita, che si discostano dalla corrente egemonica e proclamano valori al di là del calcolo materiale che giustifica e considera normali la schiavitù e la distruzione dei propri simili e della natura.

Ho trovato il mio “popolo”

Non ho più nulla da dire su Avatar, ma vorrei confessare che quel popolo na’vi così magro e così bello é per me un incoraggiamento. Quando divenni molto magra nell’adolescenza, dopo varie malarie e l’epatite, mi consideravo strana in confronto alla bellezza tipica di ragazze con le gambe più grosse, più piene. Soffrivo per essere troppo magra, senza troppi attributi. Adesso ho la divertente sensazione che, finalmente, ho trovato il mio “popolo”, anche se un po’ tardi. Se ci fossero stati i na’vi nella mia adolescenza, avrei trovato un luogo dove le mie misure sarebbero state considerate perfettamente normali.

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